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THE MASTERMIND


Data di Uscita (Italia): 30 ottobre 2025
Anno: 2025
Nazione: Stati Uniti d'America
Genere: drammatico, poliziesco, thriller
Casa di Produzione: MUBI, Filmscience
Distribuzione: MUBI
Durata: 110 min
Regia: Kelly Reichardt
Sceneggiatura: Kelly Reichardt
Fotografia: Christopher Blauvelt
Musiche: Rob Mazurek
Attori: Josh O'Connor, Alana Haim, John Magaro, Sterling Thompson, Hope Davis, Bill Camp, Gaby Hoffmann

The Mastermind
TRAILER
Il rumore sordo del fallimento
Ci sono film che urlano per attirare l'attenzione e poi ci sono opere come The Mastermind, che scelgono la strada opposta. La pellicola non cerca di prenderti subito, anzi, nei primi minuti sembra quasi non voler fare nulla di speciale per ingraziarsi lo spettatore. Tuttavia, è proprio in questa apparente inerzia che risiede la sua forza insidiosa, perché piano piano ci si accorge che la storia sta entrando sotto pelle senza chiedere permesso. È un cinema che lavora per accumulo silenzioso, depositando un senso di inquietudine che cresce scena dopo scena.
Al centro di tutto c'è J.B., interpretato da un Josh O'Connor in ottima forma, che dà vita a un personaggio che paradossalmente non colpisce affatto. J.B. non è brillante, non possiede quella simpatia canaglia tipica degli antieroi cinematografici e, onestamente, non è nemmeno uno per cui ti viene voglia di fare il tifo. È un uomo che sembra perennemente fuori posto, sospeso in un limbo esistenziale come se stesse aspettando che la sua vera vita debba ancora cominciare. La bravura di O'Connor sta proprio nella misura: l'attore non forza mai la mano, resiste alla tentazione di rendere il suo personaggio più interessante o carismatico di quello che è. Il risultato è di una verità disarmante, tanto che guardandolo viene naturale pensare di aver conosciuto molti uomini così nella vita reale, persone che occupano lo spazio senza mai riempirlo davvero. Anche l'evento centrale della trama, il furto attorno a cui ruota la storia, viene spogliato di qualsiasi epica. Non c'è niente di esaltante nell'azione criminale, nessuna tensione palpabile o colpi di scena spettacolari. Questa scelta è chiaramente voluta e programmatica, perché The Mastermind non è un film su una rapina, ma il ritratto di una persona che non sa letteralmente cosa farsene della propria insoddisfazione. Si capisce presto che J.B. non ruba per il miraggio della ricchezza, ma perché spera disperatamente che quel gesto estremo possa conferirgli un'identità, un senso, una prova tangibile che non sta sprecando i suoi giorni nel nulla.
Ciò che fa più male durante la visione è l'atteggiamento della regia, che segue il protagonista senza mai cercare di giustificarlo. Il film non lo condanna ma nemmeno lo salva; si limita a osservarlo con occhio clinico mentre sbaglia, mentre prende decisioni che si rivelano sempre un po' peggiori delle precedenti e mentre si isola progressivamente da tutto e da tutti. Lo spettatore si ritrova così in una posizione scomoda: a un certo punto si smette di aspettarsi una redenzione o una svolta positiva e si inizia semplicemente a sperare che J.B. non affondi ancora di più.Josh O'Connor regge l'intero peso dell'opera con una recitazione "piccola", fatta di sguardi bassi, silenzi prolungati e movimenti minimi. Manca volutamente la classica scena madre, quello sfogo catartico che solitamente libera la tensione nei drammi. È proprio questa assenza a rendere il personaggio così profondamente triste, poiché sembra un uomo che non riesce nemmeno a concedersi il diritto fondamentale di crollare emotivamente.Quando scorrono i titoli di coda, il film non lascia in eredità una lezione o una morale chiara da portare a casa, ma piuttosto una sensazione persistente. È l'amarezza di una vita che scivola via senza fare rumore, priva persino della dignità di un vero momento drammatico. The Mastermind è un'opera quieta e spoglia, che non si preoccupa di intrattenere nel senso classico del termine, ma che resta accanto come un pensiero molesto che torna alla mente quando meno te lo aspetti. Sicuramente non è un film per tutti. Tuttavia, se si ha voglia di un cinema che non spiega tutto e non coccola il suo pubblico, questa pellicola potrebbe colpire molto più a fondo di quanto si possa immaginare.
I momenti orchestrali a sonorità urbane, regalando brani che da soli riescono a evocare un mondo intero. A sorprendere sono le scelte delle canzoni, come My Baby (Got Nothing At All) dei Japanese Breakfast oppure le intense cover di Baby Rose quali I'll Be Your Mirror e That's All, capaci di colorare le immagini con la giusta dose di nostalgia. Scelte di gusto come Manhattan di Cat Power o Big Time Nothing di St. Vincent calano lo spettatore in una New York che appare malinconica e vibrante allo stesso tempo. Paradossalmente è proprio la musica a conferire al film quella dimensione emotiva che la scrittura non sempre riesce a trovare, facendo sì che il suono rimanga impresso nella memoria più della storia stessa.
Il confronto con il passato diventa inevitabile e a tratti impietoso. Mentre in Past Lives regnava il coraggio del silenzio e la potenza del non detto diventava universale, qui Celine Song sembra avere troppa fretta di spiegare e analizzare ogni dettaglio. Questo bisogno di mettere tutto in chiaro finisce per disperdere quella magia che aveva reso unico il suo debutto.
L'unico momento in cui quell'antico incanto sembra riaffiorare è racchiuso nel curioso epilogo collocato dopo i titoli di coda, ambientato al City Hall. Quei pochi minuti condensano un romanticismo universale e sembrano quasi un messaggio della regista per dirci che quello era il film che aveva in mente fin dall'inizio. Material Love non è un'opera da scartare totalmente in quanto contiene idee interessanti e momenti di bellezza, ma la differenza sostanziale è che questa volta le emozioni non arrivano dritte al cuore.
Dopo un esordio che aveva sfiorato la perfezione era forse inevitabile che il secondo film risultasse meno sorprendente. Questo lavoro rappresenta un passo falso, seppur non privo di un certo fascino, che prova a rinnovare i codici della commedia romantica senza però riuscire a trovarle un'anima definita. Anche nelle sue incertezze qualcosa resta, come un'intuizione visiva o un brano che si incastra perfettamente con un'inquadratura, dimostrando che l'atmosfera resiste più della trama. Forse è poco rispetto a ciò che Song ha dimostrato di saper fare, ma basta per continuare a credere che in futuro tornerà a sorprenderci.
