Anteprime Venezia82
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LUNEDI 01 SETTEMBRE
Il Maestro (My Tennis Maestro)
Inizia così, nell'estate di fine anni Ottanta, la storia di Felice, un tredicenne che si porta addosso il peso delle ambizioni paterne. Dopo anni di allenamenti e regole ferree, è arrivato il momento dei tornei nazionali di tennis, e per prepararlo al meglio, suo padre lo affida a Raul Gatti, un ex tennista la cui unica gloria è un ottavo di finale al Foro Italico.
Di partita in partita, i due partono per un viaggio lungo la costa italiana. Tra sconfitte brucianti, bugie sempre più evidenti e incontri strampalati, Felice impara il gusto della libertà, mentre Raul comincia a intravedere la possibilità di ricominciare. Tra loro nasce un legame inaspettato, profondo, di quelli che ti cambiano per sempre. Come certe estati, che arrivano una volta sola e non tornano più.
IL CINEVERDETTO


Nel vortice creativo della moda, poche figure riescono a imporsi come veri e propri sismografi culturali, capaci non solo di dettare tendenze, ma di ridefinire intere epoche. Marc Jacobs è una di queste. Più che un semplice stilista, è un architetto di stili, un'icona che ha segnato in modo indelebile la moda americana e internazionale. Questo documentario, o ritratto che dir si voglia, non è una semplice carrellata dei suoi successi, ma un'esplorazione profonda e stratificata dell'uomo dietro il brand.
Racconto intimo e complesso, che va oltre le passerelle e i riflettori. Non si limita a celebrare la genialità, ma ne svela le radici: le fragilità, le intuizioni geniali e le ossessioni che hanno plasmato una carriera straordinaria. È un viaggio dentro la mente di un creativo che, con la sua sensibilità unica, ha saputo catturare lo spirito dei tempi, trasformandolo in capi d'abbigliamento che sono diventati manifesti di stile
IL CINEVERDETTO
Quel gelido mattino dell'8 febbraio 1977 a Indianapolis, il mondo si fermò per seguire in diretta un incubo. Anthony G. "Tony" Kiritsis, un uomo disperato, fece irruzione negli uffici della Meridian Mortgage Company, prendendo in ostaggio il presidente Richard O. Hall. Ma questa non era una rapina come le altre: un fucile a canne mozze era legato al collo di Hall da un "dead man's wire". Bastava un passo falso e il filo si sarebbe teso, azionando il grilletto. Kiritsis non voleva solo denaro, chiedeva giustizia per essere stato, a suo dire, truffato, in una storia che è il ritratto di un uomo che ha sfidato un intero sistema.
Dead Man’s Wire


IL CINEVERDETTO
Marc by Sofia
Il maestro sfila con la postura impeccabile di chi è convinto di avere già vinto, se non un premio almeno una reverenza. È uno di quei film che non alzano mai la voce, ma pretendono che tu stia zitto. E guai a distrarti: qui si fa cinema “serio”, quello che pesa i silenzi al grammo e misura le inquadrature col righello. Il racconto procede per compressione continua. Tutto è trattenuto, controllato, disciplinato — proprio come il suo protagonista, figura centrale tanto autoritaria quanto emotivamente blindata. Il film gli costruisce attorno un’aura di mistero e rigidità, ma finisce per trasformarlo in un’idea più che in un uomo. Lo osserviamo, lo studiamo, ma raramente lo sentiamo. È un cinema che ti invita a interpretare, mai a partecipare.
La regia è elegante, talmente elegante da sembrare a tratti più interessata a dimostrare la propria precisione che a sporcarsi le mani con il caos umano. Ogni scena sembra dire: “Guarda come sono controllato”. E va bene, il controllo c’è. Ma dopo un po’ viene il sospetto che manchi il coraggio di lasciar andare qualcosa, anche solo per vedere che succede. Non mancano i momenti riusciti, soprattutto quando il film smette di compiacersi e lascia filtrare qualche crepa. Peccato che durino poco, subito richiusi da un formalismo che riporta tutto nei ranghi. È un’opera che si prende terribilmente sul serio, e questo è insieme il suo pregio e il suo limite più evidente.
A Venezia funziona, inevitabilmente. È il classico titolo che alimenta discussioni, analisi, citazioni col sopracciglio alzato. Ma fuori dal contesto festivaliero rischia di apparire più freddo che necessario, più rigido che incisivo. Un film che chiede attenzione costante, ma restituisce emozioni con il contagocce.
Sofia Coppola torna a fare ciò che le riesce meglio: osservare un mondo privilegiato dall’interno, con aria svagata, malinconica e quell’eleganza un po’ snob che è diventata ormai un marchio di fabbrica. Solo che questa volta l’oggetto dello sguardo non è una ragazza persa a Tokyo o una regina annoiata, ma Marc Jacobs. E il risultato è un documentario che si guarda come un album fotografico costoso: bellissimo, patinato, e sorprendentemente vuoto.
Il film racconta gli anni di Jacobs da Louis Vuitton, ma più che raccontare sembra accarezzare. Coppola non indaga, non scava, non mette mai davvero in crisi il suo soggetto. Lo accompagna. Lo segue. Lo contempla. È un ritratto affettuoso, quasi reverenziale, che confonde l’intimità con la mancanza di distanza critica. E quando un documentario rinuncia al conflitto, resta poco più di una moodboard in movimento.
I momenti di fragilità di Jacobs ci sono, ma passano rapidi, come se non fosse educato soffermarsi troppo su ciò che stona con l’estetica generale.
Formalmente, nulla da dire: il film è esattamente come te lo aspetti da Sofia Coppola. Montaggio morbido, musica scelta con cura, immagini che sembrano uscite da una campagna pubblicitaria ben riuscita. Il problema è che, a un certo punto, ti accorgi che stai guardando un film che somiglia moltissimo a ciò che racconta: bello, alla moda, consapevole del proprio status. E un filo autoreferenziale.
Ispirato a una storia vera talmente grottesca da sembrare inventata, il film costruisce il suo impianto narrativo come un meccanismo teso, fatto di telefonate interminabili, nervi scoperti e una situazione che sfida continuamente il buon senso. Eppure funziona. Funziona perché Dead Man’s Wire capisce che l’assurdo non va sottolineato: va lasciato lì, a galleggiare, mentre i personaggi lo affrontano con un cipiglio serissimo. È in questo scarto che il film trova una vena ironica sotterranea, mai cercata, ma sempre presente.
La regia è solida, classica nel senso migliore del termine. Niente virtuosismi inutili, niente ammiccamenti postmoderni. Tutto è al servizio del racconto e della tensione, che cresce senza bisogno di alzare il volume. Il ritmo è calibrato con intelligenza, e quando la storia rallenta lo fa per scavare nei personaggi, non per perdere tempo.
Il cast è uno dei punti di forza più evidenti. Le interpretazioni sono tese, concentrate, a tratti quasi teatrali. E proprio questa intensità assoluta rende alcune situazioni sorprendentemente comiche. Non perché il film cerchi la battuta, ma perché l’ostinazione con cui prende sul serio l’assurdo diventa irresistibile. Si sorride, sì, ma con un sorriso storto, un po’ colpevole, consapevoli che sotto c’è un dramma vero.
