Anteprime Venezia82

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MARTEDI 02 SETTEMBRE

Algeri, 1938. Meursault è un uomo semplice, sulla trentina, che lavora come impiegato e conduce una vita tranquilla, quasi anonima. Quando muore sua madre, assiste al funerale con distacco, senza mostrare emozioni. Il giorno dopo conosce Marie, una collega con cui intreccia una relazione leggera, e tutto sembra scorrere normalmente. Ma l’apparente calma della sua esistenza si incrina presto: il vicino, Raymond Sintès, lo coinvolge nei suoi affari torbidi e lo trascina in una spirale imprevista. Su una spiaggia, sotto il sole implacabile, accade l’irreparabile: un gesto improvviso segna per sempre il destino di Meursault.

IL CINEVERDETTO

A house of dynamite

Un missile. Nessuna risposta. Tempo che scorre.
La Casa Bianca è in totale caos. Un missile balistico punta verso il cuore degli Stati Uniti. Nessuno lo rivendica… ma la minaccia è reale.
In poche ore, l’amministrazione americana deve rispondere a due domande impossibili: chi ha fatto questo? E cosa fare adesso? Ogni decisione potrebbe scatenare una catastrofe.
A House of Dynamite, diretto da Kathryn Bigelow. Il conto alla rovescia è iniziato.

IL CINEVERDETTO

In the hand of Dante

IL CINEVERDETTO

L'étranger (the stranger)

Nick Tosches, scrittore contemporaneo, viene trascinato in una pericolosa ricerca per confermare le origini di un manoscritto unico: si dice sia la Divina Commedia di Dante, scritta di suo pugno. Dopo la tragica morte della figlia, Nick è costretto a lasciare il suo esilio autoimposto, richiamato da un boss mafioso che riconosce la sua conoscenza dell’opera italiana.
Al suo fianco, un assassino imprevedibile di nome Louie, Nick intraprende un viaggio oscuro e violento, tra omicidi e intrighi, per rubare e autenticare l’opera inestimabile. Tra il XXI e il XIV secolo, In the Hand of Dante intreccia le vite di Nick e Dante, esplorando la loro ossessiva ricerca di amore, bellezza e divino.

C’è una verità inconfutabile che L’Étranger mette subito in chiaro: Benjamin Voisin è di una bellezza disarmante. Talmente evidente da diventare, paradossalmente, l’unico vero motivo per restare svegli durante la visione. Il problema è che attorno a quel volto magnetico il film costruisce un monumento alla noia più ostinata e autocompiaciuta. Liberamente (e pesantemente) ispirato a Camus, L’Étranger sembra voler dimostrare, scena dopo scena, quanto l’alienazione possa essere cinematograficamente estenuante. E ci riesce benissimo. Ogni scelta registica pare studiata per rallentare il tempo, svuotare il senso, anestetizzare qualsiasi impulso emotivo. Non è minimalismo: è accanimento.
Voisin fa il possibile, e anche qualcosa di più. È magnetico, enigmatico, perfettamente a suo agio in questo ruolo che gli chiede di non reagire mai davvero. Il suo Meursault è coerente, controllato, credibile. Ma il film si limita a metterlo in posa, come un manichino esistenziale illuminato con grande cura. Lo si guarda, lo si ammira, ma dopo mezz’ora ci si chiede se succederà mai qualcosa. Spoiler: no.

Quando Kathryn Bigelow decide di tornare a farci tremare le mani, non lo fa con una carezza: ti infila un ordigno sotto la poltrona e ti invita a restare seduto. A House of Dynamite è il cinema politico che mancava, quello che non ti spiega il mondo ma te lo lancia addosso con la grazia di un pugno ben assestato. Il film prende l’idea più abusata del nostro tempo — la fine improvvisa, nucleare, burocratica — e la trasforma in una macchina da tensione che non concede tregua. La scelta di raccontare lo stesso momento da più punti di vista non è un giochino da festival, è una lama che incide sempre più a fondo. Ogni ripetizione aggiunge un livello di paranoia, di ambiguità, di umanità. Vedi come una scelta tecnica diventa politica, come una parola detta male può scatenare l’apocalisse.
Il finale? Un atto di coraggio. Bigelow chiude prima dell’esplosione, perché l’esplosione vera è nella testa dello spettatore.

Julian Schnabel prende Dante Alighieri, lo infila in una centrifuga di ego, attori strapagati e inquadrature “importanti” e ne esce un film che sembra una puntata di MasterChef girata in latino: tanto fumo, zero sapore.
In the Hand of Dante è l’ennesima dimostrazione che avere un grande libro tra le mani non significa saperne fare un grande film. Qui la Divina Commedia viene trattata come una borsa di Gucci: la mostri, la sventoli, la fai brillare sotto le luci, ma dentro ci puoi mettere anche le patatine e nessuno se ne accorge. Il film salta tra Medioevo e presente come uno spettatore che cambia canale per noia. Il risultato è una Divina Commedia senza inferno, senza purgatorio e senza paradiso, ma con un sacco di tempo da buttare. Tre ore che sembrano sei, con personaggi che parlano come se stessero leggendo citazioni da Instagram sotto una foto del Colosseo.

Consigliato solo a chi ama vedere grandi libri maltrattati con grande stile.