DAVID DI DONATELLO 2026

LA STORIA DEL PREMIO

La storia della rassegna italiana

Dimenticate i protocolli freddi e le liste enciclopediche. La storia del David di Donatello è un romanzo d’amore lungo settant’anni tra l’Italia e il grande schermo; è il racconto di un Paese uscito a pezzi dalla guerra che ha deciso di rialzarsi puntando tutto sulla bellezza e sul sogno.

Immaginate la Roma della metà degli anni '50. L’aria sapeva di tabacco, benzina e futuro. In un raffinato club di via Veneto, l’Open Gate, un gruppo di appassionati guidati da Italo Gemini ebbe un’intuizione carica di orgoglio: creare un simbolo che gridasse al mondo l'eccellenza italiana, proprio come gli Oscar facevano per l'America.

Invece di una banale bobina o di una maschera teatrale, scelsero il David di Donatello. Fu una decisione potente: l’eroe giovane che abbatte il gigante Golia rappresentava perfettamente il cinema italiano di allora, piccolo ma geniale, capace di sfidare i colossi di Hollywood con la sola forza delle idee.

La prima cerimonia del 1956, al Cinema Fiamma, fu una vera incoronazione. Il pubblico rimase folgorato nel vedere giganti come Vittorio De Sica e Gina Lollobrigida ricevere una statuetta in oro massiccio realizzata da Bulgari. Fu il segnale definitivo: in Italia il cinema era alta oreficeria dell’anima, molto più che semplice intrattenimento.

Per anni, il David ha viaggiato, lasciando i salotti romani per il cielo stellato del Teatro Antico di Taormina. Erano gli anni delle dive in elicottero e dei registi che discutevano di inquadrature fino all’alba davanti a una granita. In quel periodo il premio divenne un'icona globale: ogni attore al mondo, da Marilyn Monroe a Liz Taylor, bramava di stringere tra le mani quel piccolo capolavoro dorato.

Era l'epoca dei titani: Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Alberto Sordi. Il David era il loro sigillo di immortalità.

Con il passare dei decenni, il premio ha saputo rinnovarsi mantenendo intatto il suo smalto. Sotto la guida di Gian Luigi Rondi, si è trasformato nell’Accademia del Cinema Italiano. La celebrazione per pochi eletti è diventata un sistema di voto democratico e professionale: oggi sono i professionisti stessi — registi, montatori, sceneggiatori — a premiare i propri colleghi.

Il David ha superato le crisi del settore e i cambiamenti di costume perché ha sempre saputo fare una cosa meglio di chiunque altro: fotografare l’identità italiana. Dalle commedie graffianti degli anni '70 ai film d’impegno contemporanei, ogni opera capace di segnare il nostro DNA ha trovato posto su quel podio.

Oggi, nel 2026, guardiamo quella statuetta e vediamo molto più di un premio. Vediamo settant'anni di sguardi, di commozione in sala e di quell'ostinata capacità italiana di trasformare piccole storie in capolavori universali.