DAVID DI DONATELLO 2026


I CINEVERDETTI DEI FILM CANDIDATI AL PREMIO
Le pellicole sotto la lente di CineVerdetti
CINQUE SECONDI
di Paolo Virzì
Amo il cinema di Paolo Virzì da sempre. È un legame che parte da lontano, dalle corse perdifiato di Ovosodo fino alla follia vitale de La pazza gioia. Proprio per questo, per questa stima profonda, mi costa ammettere che con la sua ultima fatica, Cinque secondi, qualcosa non torni. Il film, pur muovendosi su territori familiari al regista livornese, sembra faticare a trovare il baricentro, restando sospeso in un limbo narrativo che non sempre convince.
L’incipit ci presenta Adriano (un Valerio Mastandrea in stato di grazia), un uomo di mezza età che ha deciso di cancellarsi dal mondo. Lo ritroviamo isolato in un vecchio casolare della campagna toscana, sprofondato in una depressione che si percepisce come un macigno fisico. Sebbene l’idea del ritiro eremitico sia suggestiva, qui respira un’aria un po’ troppo “americana”, un sapore di già visto che sembra soffocare quella specificità toscana, così verace e graffiante, che è da sempre il marchio di fabbrica di Virzì.
Il cuore del racconto dovrebbe essere l'incontro tra Adriano e un gruppo di ragazzi che occupa Villa Guelfi per rimetterla in sesto. A guidarli c'è Matilde, una giovane "contessina" ribelle e incinta, che vede nella vigna abbandonata un'occasione di rinascita. Questo microcosmo utopico dovrebbe essere la scintilla per il ritorno alla vita del protagonista, ma il passaggio zoppica. Risulta difficile credere che un uomo schiacciato da un peso così enorme — un processo pendente a Roma dove è accusato di omicidio proprio dalla moglie e dal figlio — possa lasciarsi coinvolgere con tale naturalezza da questa comune giovanile. Qui la sceneggiatura, firmata dallo stesso Virzì insieme a Francesco Bruni e Carlo Virzì, mostra le sue fragilità più evidenti.
Il film cambia però marcia e trova la sua vera anima quando entra in scena Valeria Bruni Tedeschi, nei panni di una collega dello studio legale di Adriano. Il loro rapporto è la vera ancora di salvezza dell’opera. Lei, con quel suo modo svampito, eccessivo e irresistibile, è l’unica forza capace di scuotere il protagonista, spingendolo a smettere i panni della vittima per affrontare il processo da uomo. La chimica tra la Bruni Tedeschi e Mastandrea è prodigiosa: i loro scambi sono naturali, magnetici, e riescono a tenere in piedi anche i momenti in cui la narrazione si fa più incerta.
Non è un caso che la pellicola dia il meglio di sé proprio nelle sequenze legate al tribunale e ai flashback. Lì il dolore di Adriano si fa concreto, sporco, vero. Di contro, la conclusione — affidata alla nascita della bambina di Matilde — appare quasi come un corpo estraneo: un epilogo simbolico che vorrebbe chiudere il cerchio ma che sembra slegato dal tormentato percorso emotivo costruito fino a quel momento.
Nonostante le debolezze della scrittura, la qualità della regia di Virzì resta indiscutibile, così come la sua capacità di estrarre verità dagli attori. Non a caso il film è arrivato ai David di Donatello 2026 con candidature pesanti: Miglior Film, Miglior Sceneggiatura Originale e le prove attoriali di Mastandrea e Bruni Tedeschi. Proprio Mastandrea è il motivo principale per vedere il film: il suo è un dolore trattenuto, opaco e profondamente umano che riesce, da solo, a colmare quasi tutti i vuoti della sceneggiatura.
Un Virzì "minore", forse, ma che grazie ai suoi interpreti riesce comunque a lasciarti addosso qualcosa su cui riflettere
Titolo Originale: Cinque secondi
Regia: Paolo Virzì
Soggetto e Sceneggiatura: Paolo Virzì, Francesco Bruni, Carlo Virzì
Genere: Drammatico
Paese di Produzione: Italia
Anno: 2025
Durata: 122 minuti
Produzione: Lotus Production (una società di Leone Film Group), Rai Cinema, in collaborazione con Greenboo Production
Cast Principale
Valerio Mastandrea
Valeria Bruni Tedeschi
Galatéa Bellugi
Fotografia: Guido Michelotti
Montaggio: Jacopo Quadri
Musiche: Carlo Virzì
Scenografia: Mauro Radaelli
Costumi: Catia Dottori
FUORI
di Mario Martone
Sembra quasi che il cinema e la TV si siano finalmente accorti di Goliarda Sapienza, e onestamente non potevo sperare in una "mania" migliore. Dopo essermi lasciata incantare dalla serie sull'Arte della gioia (che mi ha spinta, inevitabilmente, a correre in libreria), non potevo mancare all'appuntamento in sala con Fuori. Anche perché dietro la macchina da presa c’è un maestro come Mario Martone, uno che con i ritratti d’artista — da Il giovane favoloso a Qui rido io — ha dimostrato di saper maneggiare il genio e l'irregolarità con una sensibilità fuori dal comune.
Martone sceglie di non percorrere la strada polverosa del biopic tradizionale. Il suo Fuori è un film elegante, misurato, quasi onirico nel modo in cui sfuma i contorni della realtà per farsi stato d’animo. La storia si concentra su un frammento specifico e potentissimo della vita della Sapienza: il periodo della detenzione a Rebibbia e, soprattutto, quello che è venuto dopo. È un inno alla sorellanza, al legame profondo nato tra le sbarre con due donne "irregolari" incontrate in cella. Un legame che continua a bruciare anche sotto il sole di un’estate romana, una volta riconquistata la libertà.
Il titolo del film trova la sua spiegazione perfetta nel finale, in quel filmato d'archivio dove una Goliarda vera viene intervistata da un Enzo Biagi che appare quasi smarrito, incapace di decifrare una donna così libera. Essere "fuori" non significa solo aver varcato il cancello del carcere; significa essere fuori dagli schemi, dalle convenzioni e da quel perbenismo che vorrebbe etichettare come "pazza" una donna che, semplicemente, ha deciso di rubare la sua fetta di gioia al mondo.
Sul fronte delle interpretazioni, siamo a livelli altissimi. Devo confessarlo: non sono mai stata una grande fan di Valeria Golino, ma qui le va reso merito di una prova incredibile, intensa e sfaccettata. Eppure, a rubare la scena è Matilda De Angelis: la sua Roberta è un terremoto di emozioni, una prova così alta da giustificare pienamente la vittoria del David di Donatello come Miglior attrice protagonista. Elodie fa il suo, senza sbavature, portando la sua fisicità prorompente al servizio di un ruolo che non richiede di strafare.
Menzione speciale alla colonna sonora, superba, che accompagna questo viaggio interiore con una forza rara. Se amate le storie di donne che non chiedono il permesso per esistere, Fuori è il film che stavate aspettando. Perché, come ci insegna Goliarda, la vera prigione è quella che ci costruiamo addosso per compiacere gli altri.
Titolo Originale: Fuori
Regia: Mario Martone
Sceneggiatura: Mario Martone, Ippolita Di Majo
Genere: Drammatico / Biografico
Paese di Produzione: Italia, Francia
Anno: 2025
Durata: 115 minuti
Produzione: Indigo Film, The Apartment, Rai Cinema
Cast Principale:
Valeria Golino
Matilda De Angelis
Elodie
Corrado Fortuna
Fotografia: Paolo Carnera
Montaggio: Jacopo Quadri
Musiche: Valerio Vigliar
Scenografia: Carmine Guarino
Costumi: Loredana Buscemi
LA GRAZIA
di Paolo Sorrentino
Ci sono film che non hanno alcuna fretta di spiegarsi. Esistono e basta, chiedendoti solo di sederti, rallentare e abitare i loro silenzi. La Grazia, l’ultima fatica di Paolo Sorrentino, appartiene a questa categoria rarissima: non cerca il consenso immediato, ma punta a restare sottopelle, come un pensiero che non riesci a scrollarti di dosso una volta uscito dalla sala.
Per Sorrentino la "grazia" non è un concetto mistico o astratto, e non è nemmeno consolatoria. Al contrario, in questo film la grazia coincide con il coraggio delle proprie azioni. È la forza di scegliere e di assumersi, fino in fondo, le conseguenze di quella scelta. Anche quando significa deludere chi ci sta intorno, sottrarsi alle aspettative altrui o compiere un passo che nessuno sembra capire. È una grazia che espone, che denuda, che non regala scorciatoie.
Il cuore pulsante della pellicola è racchiuso in una domanda semplice, ma di una potenza devastante: “Di chi sono i giorni?”. È il perno su cui ruota tutto: il tempo che ci scivola tra le dita, il peso delle responsabilità e quella libertà che, quando arriva davvero, finisce quasi per far paura. Non è un quesito teorico; è una domanda che Sorrentino rivolge direttamente allo spettatore, chiedendogli conto del proprio tempo e di come lo sta abitando.
In questo contesto, la leggerezza tanto cara al regista non è mai fuga o superficialità. È, piuttosto, un bisogno vitale: l’urgenza di liberarsi dai ruoli che ci hanno cucito addosso e dalle vite che gli altri hanno immaginato per noi. La leggerezza diventa così l'unica forma di verità possibile. Il tutto è avvolto da una nostalgia che non è mai indulgente o decorativa, ma è il segno tangibile che il passato non se ne va mai davvero: resta lì, chiede di essere riconosciuto e portato con sé.
In questo equilibrio fragilissimo, Toni Servillo regala l’ennesima prova monumentale. La sua è un’interpretazione trattenuta, quasi invisibile, fatta di sguardi e pause che pesano più di intere pagine di sceneggiatura. Sembra non stia recitando, ma che stia semplicemente pensando ad alta voce attraverso il corpo. Non a caso, questa prova gli è valsa la candidatura come Miglior attore protagonista ai David di Donatello 2026, in un’edizione che ha visto il film trionfare anche per la Miglior Regia e la Miglior Fotografia (di Daria D'Antonio).
La Grazia è un film che non cerca l'effetto speciale, ma lascia spazio. Uno spazio bianco dove le risposte non servono, perché ciò che conta sono le domande che, una volta spenti i riflettori, continuano a camminarti accanto nel buio.
Titolo Originale: La Grazia
Regia: Paolo Sorrentino
Sceneggiatura: Paolo Sorrentino
Genere: Drammatico / Grottesco
Paese di Produzione: Italia, Francia
Anno: 2025
Durata: 130 minuti
Produzione: The Apartment, Fremantle, Numero 10, Pathé, PiperFilm
Cast Principale:
Toni Servillo
Luisa Ranieri
Silvio Orlando
Isabella Ferrari
Fotografia: Daria D'Antonio
Montaggio: Cristiano Travaglioli
Musiche: Lele Marchitelli
Scenografia: Carmine Guarino
Costumi: Carlo Poggioli
LE ASSAGGIATRICI
di Silvio Soldini
C'era molta attesa intorno a Le assaggiatrici di Silvio Soldini, ultimo tassello mancante per completare il quadro dei cinque candidati al David di Donatello come Miglior Film. Eppure, a visione conclusa, il verdetto è meno lusinghiero del previsto: qualcosa nell'ingranaggio emotivo del film non ha funzionato.
Lo spunto è indubbiamente uno dei più forti visti ultimamente nel cinema storico: un gruppo di giovani donne costrette a fare da scudi umani gastronomici per Hitler, nascosto nel suo bunker prussiano tra il 1943 e il 1945. Una storia vera, potentissima, già sviscerata nel romanzo di Rosella Postorino da cui la pellicola è tratta. In questo limbo fatto di terrore e forchettate potenzialmente letali, dovrebbe nascere una sorellanza necessaria, un legame viscerale. In particolare tra Sara, arrivata da Berlino per rifugiarsi dai suoceri mentre il marito è al fronte in Russia, ed Elfride, una vedova dal passato decisamente più enigmatico.
Il problema però è che, nonostante la materia incandescente, il film non brucia mai. Si avverte una cronica mancanza di pathos, di quell’emozione che dovrebbe stringere la gola a ogni boccone. La responsabilità sembra ricadere su una sceneggiatura troppo controllata, quasi timida, che non riesce a dare profondità alle — pur buone — interpretazioni del cast. Tutto resta in superficie, come se Soldini avesse preferito mantenere una distanza di sicurezza dall'orrore e dall'ambiguità di quella prigionia.
L’esempio più evidente è la relazione tra la protagonista e l’ufficiale Albert, l’uomo incaricato di controllarle. Qui il film avrebbe potuto (e dovuto) scavare nel torbido: solitudine, bisogno d’affetto disperato, manipolazione o semplice istinto di sopravvivenza? Il film suggerisce molto ma non approfondisce nulla. Lei lo usa? Si sta affezionando davvero? Il sentimento non arriva mai a destinazione. Nonostante una durata che supera le due ore, si resta spettatori distanti, con la sensazione che si potesse arrivare al punto molto prima.
Anche il finale, che sulla carta possiede una carica drammatica dirompente, arriva invece attenuato, privo della forza necessaria per scuotere davvero. In sintesi, pur essendo un'opera formale ineccepibile, difficilmente merita il premio come Miglior Film. Resta semmai il rammarico per l'esclusione dalla cinquina di un titolo come Primavera di Michieletto, che forse avrebbe meritato maggior fortuna presso l'Accademia.
Titolo Originale: Le assaggiatrici
Regia: Silvio Soldini
Sceneggiatura: Silvio Soldini, Doriana Leondeff (dal romanzo di Rosella Postorino)
Genere: Drammatico / Storico
Paese di Produzione: Italia, Belgio, Svizzera
Anno: 2025
Durata: 128 minuti
Produzione: Lumière & Co., Rai Cinema, Tarantula
Cast Principale:
Cristiana Capotondi
Max Riemelt
Elena Radonicich
Ludovica Martino
Fotografia: Gherardo Gossi
Montaggio: Carlotta Cristiani
Musiche: Gianluigi Carlone
Scenografia: Paola Bizzarri
Costumi: Silvia Nebiolo
LE CITTA DI PIANURA
di Francesco Sossai
C’era molta curiosità attorno a Le città di pianura. Se ne era sentito parlare un gran bene, con recensioni entusiastiche che avevano alzato l’asticella delle aspettative. Dopo la visione, il verdetto è di quelli che lasciano a metà strada: il film è sincero, ben confezionato, ma resta addosso quella sensazione di incompiuto, come un viaggio che si ferma pochi chilometri prima della meta.
Il punto di forza è senza dubbio il cast. I due protagonisti, Carlobianchi e il Dori, sono due "beoni" che funzionano a meraviglia: sgangherati, teneri, profondamente persi; finisci per volergli bene quasi subito. Accanto a loro si muove lo studente "sfigatello", un Filippo Scotti che sembra richiamare una sorta di Timothée Chalamet nostrano. È simpatico, certo, ma il suo arco narrativo è forse il punto più debole: l'idea del ragazzo che cambia prospettiva sulla vita grazie all'incontro con due outsider è un classico del cinema, ma qui la sceneggiatura appare troppo esile per dargli vero spessore. Il film accenna, suggerisce, sfiora i temi, ma raramente affonda il colpo.
L’ambientazione nel profondo Veneto ha il suo fascino malinconico, ma gioca fin troppo con i cliché della zona: il vuoto, la pianura infinita, il tormentone su "Rovigo che non esiste". Suggestivo, sì, ma a tratti un po’ telefonato. Anche l'inserimento del Memoriale Brion — luogo potentissimo per chi ha avuto la fortuna di visitarlo — sembra rispondere più a un’esigenza estetica che narrativa. È visivamente splendido, ma il suo significato profondo nel racconto resta sospeso, mai del tutto chiarito.
In generale, l’impressione è che Le città di pianura voglia toccare troppi tasti — il tempo che passa, le occasioni mancate, la vita ai margini — senza però decidere su quale soffermarsi davvero. Forse è per questo che, nonostante la candidatura ai David di Donatello 2026 come Miglior Film e per la Miglior Sceneggiatura, non riesce a convincere fino in fondo.
Cosa resta, allora? Restano Carlobianchi e il Dori. Loro sono due maschere pazzesche, che avrei visto benissimo in un film stralunato di Aki Kaurismäki, a bere in silenzio in qualche bar sperduto tra nebbie e malinconia. È in quella loro aria sospesa che sta il vero fascino del film, ma è anche lì che si avverte il limite di un’opera che promette più di quanto, alla fine, riesca a mantenere.
Titolo Originale: Le città di pianura
Regia: Francesco Sossai
Sceneggiatura: Francesco Sossai
Genere: Road Movie / Drammatico
Paese di Produzione: Italia, Germania
Anno: 2025
Durata: 105 minuti
Produzione: Antitalent, Dugong Films
Cast Principale:
Filippo Scotti
Silvano Carlobianchi
Dori Lazzarin
Fotografia: Giulia Schelhas
Montaggio: Fabrizio Federico
Musiche: (Colonna sonora originale con brani d'ambiente)
Scenografia: Tibor Lázár
Costumi: Elena Giani










