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LOVE ME TENDER


Regia: Anna Cazenave Cambet
Soggetto: Liberamente tratto dal libro di Constance Debré
Sceneggiatura: Anna Cazenave Cambet
Cast: Vicky Krieps, Monia Chokri, Antoine Reinartz, Viggo Ferreira-Redier, Féodor Atkine
Fotografia: Kristy Baboul
Montaggio: Joris Laquittant
Musiche originali: Maxence Dussère
Produzione: Novoprod Cinéma
Distribuzione italiana: Wanted Cinema
Genere: Drammatico
Anno: 2025/2026
Durata: ca. 105 minuti

Love Me Tender
TRAILER
L'etica della diserzione: Clémence e il sabotaggio del mito materno
Esistono film che si accomodano nello spettatore e film che lo interpellano con una sgradevolezza necessaria. Love Me Tender, opera seconda di Anna Cazenave Cambet presentata a Cannes nella sezione Un Certain Regard, appartiene a questa seconda categoria. Non è semplicemente l’adattamento dell’omonimo romanzo di Constance Debré; è una traduzione visiva di una prosa che ha fatto scandalo per la sua capacità di smantellare il dogma del "materno" come unico orizzonte di senso per una donna.
La vicenda si innesca su una confessione: Clémence comunica all'ex marito Laurent la propria omosessualità. La reazione del sistema è una rappresaglia burocratica: Laurent, interpretato da un Antoine Reinartz abilissimo nel restituire quella figura di "falso gentile detestabile", ottiene la revoca della custodia del figlio Paul.
Il cinema ci ha abituati a madri che urlano il proprio dolore davanti ai giudici. Clémence, invece, sabota ogni aspettativa di empatia tradizionale. La regista la inquadra come un "cowboy solitario" , una figura stoica che affronta la perdita del figlio con una disciplina quasi militare, una "brava soldatina" che suddivide la propria esistenza in compartimenti stagni: la scrittura, il nuoto, gli incontri sessuali fugaci con altre donne. Non c'è vittimismo, ma una rivendicazione di identità che non accetta il ricatto sociale del sacrificio.
L'estetica del film rifiuta programmaticamente la Parigi monumentale. Insieme alla direttrice della fotografia Kristy Baboul, la Cazenave Cambet sceglie gli scorci meno haussmanniani del XIX arrondissement: Belleville, le torri di Place des Fêtes, spazi che restituiscono una verticalità opprimente. L'uso sistematico di ottiche a focale lunga serve a "schiacciare" fisicamente Clémence contro l'architettura urbana, rendendo visibile la mancanza di prospettiva di una donna assediata da un sistema che la giudica come "cattiva madre".
I riferimenti cinematografici sono colti ma mai puramente decorativi. La sequenza in cui Clémence e Paul vanno in bicicletta è un omaggio esplicito a Tarkovskij e al suo Lo specchio, con un drone che si eleva tra i pini per suggerire una trascendenza che il tribunale nega. Allo stesso modo, il gioco con i capelli e lo chignon del personaggio di Sarah (Monia Chokri) evoca le atmosfere di Bergman (Sussurri e grida), segnando il confine tra la repressione sociale e l'apertura all'intimità.
La colonna sonora di Maxence Dussère è il termometro del conflitto interiore della protagonista. Il film si apre con la solennità quasi sacrale della viola da gamba di Jordi Savall (Abel), simbolo di quella cultura classica che Clémence possiede ma a cui, simbolicamente, sbatte la porta in faccia per immergersi nelle sonorità techno e cold wave (da Kompromat ai ritornelli di Marie Laforêt). È il suono di un'esistenza che rifiuta il decoro per abbracciare la propria verità, anche se brutale.
Il concetto più radicale che il film ci consegna è quello del "lutto materno". Clémence arriva a dirsi che il lutto per il figlio è stato vissuto, che la vita prosegue anche nell'assenza. Non è cinismo, ma l'accettazione che l'amore di un genitore possa significare anche lasciar andare l'altro per non annientare se stessi. Il finale non è una sconfitta, ma una "vittoria al cento per cento": una luce che rimane accesa, una porta che resta socchiusa verso l'adolescenza futura di Paul, ma con una donna che ha smesso di essere un fantasma burocratico per tornare a essere un individuo.
Un'opera, distribuita da Wanted Cinema, che costringe a riflettere su quanto siamo ancora disposti a perdonare a una donna che sceglie se stessa prima del proprio ruolo sociale.
