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ODISSEA


Data di uscita: 16 luglio 2026
Titolo originale: The Odyssey
Regia: Christoper Nolan
Anno: 2026
Genere: Avventura, Azione, Storico, Drammatico
Distribuzione Italiana: universal Picture
Durata: 172 min
Cast: Matt Damon, Tom Holland, Anne Hathaway, Zendaya

Odissea
TRAILER
Domani, 16 luglio 2026, si compie finalmente il destino del film più atteso e blindato dell'anno. Parliamo di Odissea, il nuovo colossale sforzo da 250 milioni di dollari firmato da Christopher Nolan, che promette di ridefinire i confini del cinema d'azione e d'autore.
In attesa dell'uscita nelle sale, facciamo un piccolo recap dell'opera originale di Omero perché, ammettiamolo, l'Odissea è lunga e comprimerla per arrivare preparati al cinema non è facile. Quindi sedetevi, mettetevi comodi e ripassiamo la trama.
Prima cosa fondamentale da sapere: l'Odissea parte dalla fine. I primi quattro libri formano la cosiddetta Telemachia e, come suggerisce il nome, hanno come protagonista Telemaco, il figlio ormai ventenne di Ulisse (che, per i puristi, è Odisseo, cioè la stessa persona) e Penelope. A Itaca la situazione è sfuggita di mano. La guerra di Troia è finita da un pezzo ma papà non torna, e in casa si sono piazzati i Proci, un gruppo di nobili arroganti e scrocconi che vogliono il controllo della città. Per averlo pretendono la mano di Penelope. Lei, genio del male, prende tempo: "Va bene, mi sposo, ma prima fatemi finire di tessere il sudario per mio suocero". Peccato che, furba come una volpe, ogni notte disfi tutto il lavoro fatto la mattina. Telemaco, stanco della situazione, parte per Sparta e trova Menelao e sua moglie Elena, di nuovo beatamente insieme. Piccolo spin-off: avete presente il film Troy? Ecco, dimenticatelo. A parte Achille, perché Brad Pitt ha una sua rilevanza storica, il resto è tutto sbagliato. Menelao si è fatto la sua guerra, è sopravvissuto, si è ripreso Elena ed è tornato a casa in santa pace. I due sganciano la bomba a Telemaco: grazie a un dio marino hanno scoperto che Ulisse è vivo, ma è in ostaggio (più o meno) sull'isola della ninfa Calipso.
Successivamente scopriamo come Ulisse riesca a scappare da Calipso, che è letteralmente persa per lui. Ci vuole l'intervento di Hermes, il messaggero degli dei, che fa da mediatore sindacale: "Cali, amo, lo sappiamo che ne sei innamorata persa e siamo tutti con te, ma per favore, lascialo andare 'sto pover'uomo". Lei, a malincuore, cede. Ulisse si costruisce una zattera e salpa, ma ha un piccolo problema: ha addosso tutta l'ira di Poseidone (il dio del mare, un dettaglio che capiremo a breve). Come mette un piede in acqua, la zattera viene disintegrata in un naufragio. Sopravvive per miracolo e approda a Scheria, dai Feaci. Il re lo accoglie a scatola chiusa. Durante un banchetto in cui si recitano poesie sulle grandi gesta di Ulisse, al nostro eroe parte la scena madre: "Ragazzi, it's me. Sono Ulisse". Panico generale. "Mettetevi comodi," dice lui, "che vi racconto la mia storia". E qui, in perfetto stile Nolan, parte un lunghissimo flashback.
Tutto inizia con la fine della guerra di Troia. Ulisse dice: "Basta, me ne torno a casa". Facile, no? Manco per idea. Prima finiscono dai mangiatori di loto, e poi sbarcano dall'amico Polifemo. Polifemo – tenetelo a mente – è figlio di Poseidone. Il ciclope rapisce Ulisse e la sua ciurma, ma Ulisse, con una furbata clamorosa, dice di chiamarsi "Nessuno". Poi lo acceca e scappa. Polifemo esce dalla grotta urlando agli altri ciclopi: "Nessuno mi sta uccidendo!" e quelli, prendendolo per pazzo, se ne tornano a dormire dicendogli: “Zio tu non stai bene”. Piano perfetto, l'hanno sfangata. Ma Odisseo, un attimo prima di essere al sicuro sulla nave, pecca di hybris e urla verso la riva: "Se qualcuno ti chiede chi ti ha accecato, digli che è stato Ulisse, il distruttore di città, figlio di Laerte che abita a Itaca!". Praticamente gli ha dato nome, cognome, CAP e indirizzo civico. Poseidone, ovviamente, lo trova subito e gli mette una croce sopra per tutto il resto del viaggio.
Da lì è un disastro dietro l'altro.
Passano da Eolo, il re dei venti, che regala a Ulisse un otre con tutti i venti per tornare a casa sano e salvo. Mentre Odisseo dorme, la sua furbissima ciurma apre il sacco scatenando il finimondo. Tornano da Eolo a piangere chiedendogliene un altro, e lui – giustamente – li manda a quel paese. Poi finiscono dai Lestrigoni (banali cannibali), dove muoiono tutti tranne Ulisse e un gruppo ristretto. Approdano dalla maga Circe, che per divertimento trasforma gli uomini in maiali, e solo l'ennesimo provvidenziale intervento di Hermes con un'erba magica salva la situazione. Circe li avvisa: il peggio deve ancora venire. E infatti, tra Sirene, Scilla e Cariddi, la nave fa di nuovo naufragio. Muoiono tutti. Tutti tranne Ulisse, che arriva stremato... esatto, sull'isola di Calipso. Dove resterà sette anni. Il cerchio del flashback si chiude e siamo di nuovo nel presente dai Feaci.
Ora, il flashback è finito, Ulisse deve riprendersi casa sua. Ma io mi fermo qua.
Non sarò certo io a farvi spoiler. E sì, lo so che stiamo parlando di un poema del 720 a.C. e che a scuola ci siamo passati tutti, ma a quanto pare c'è ancora gente in giro che non sa come va a finire.
Quindi, bocca cucita sul finale.
Ma ora viene il momento di parlare del film di Nolan
Per proteggere questo segreto industriale, il regista britannico ha instaurato sul set un regime di sorveglianza che rasenta la paranoia militare. Dimenticate la comodità delle email o dei file digitali: le sceneggiature del film sono esistite unicamente in formato cartaceo, stampate con inchiostro nero su una speciale carta rossa antiriflesso concepita per rendere impossibile qualsiasi tentativo di fotocopia o scansione piratesca. Sul set è stato imposto un divieto assoluto sui telefoni cellulari, costringendo attori e tecnici a camminare fisicamente fuori dal perimetro di ripresa anche solo per inviare un messaggio, mentre i vertici della Universal stessa sono stati tenuti all'oscuro sui dettagli del finale fino alla chiusura del montaggio. È l'ennesima prova di una venerazione quasi feticistica per la materialità dell'opera, un'ossessione che si riflette in ogni singola inquadratura di questo viaggio monumentale.
Lo stesso Nolan ha descritto la lavorazione di questa epopea omerica come un autentico inferno, ma in senso del tutto positivo, giustificato dalla necessità di restituire la complessità e la vastità geografica del viaggio di Ulisse senza cedere alle comode e piatte scorciatoie del digitale. La produzione si è trasformata in un'autentica odissea logistica, muovendosi a ritmi frenetici e costringendo la troupe a trascorrere infinite ore in mare aperto tra Italia, Islanda, Grecia, Marocco e Scozia, prima di completare i lavori nei teatri di posa di Universal City in California. In Grecia, nella grotta di Nestore vicino alla spiaggia di Voidokilia, la troupe ha dovuto farsi strada tra una densa cortina di migliaia di api infuriate per poi girare la celebre sequenza del ciclope Polifemo in un ambiente umido, claustrofobico e saturo dell'odore nauseabondo di quaranta pecore reali, trasportate all'interno per permettere a Ulisse e ai suoi compagni di fuggire nascondendosi sotto il loro ventre. La maestosa acropoli dell'Acrocorinto, la spiaggia di Almyrolaka e la fortezza veneziana di Methoni fanno da sfondo a una Grecia arida e spietata, mentre in Scozia, tra le rovine del castello di Findlater e la foresta di Culbin, si consuma la brutale battaglia contro i Lestrigoni, giganti antropofagi al servizio del re Antifate. Per l'imbarcazione dell'eroe, Nolan ha preteso l'utilizzo della Draken Harald Hårfagre, la più grande nave vichinga moderna esistente, ormeggiata nel porto di Buckie per dare un peso storico e materico alle sequenze marittime girate tra Burghead e la costa scozzese.
Questa insistenza sul realismo geografico prosegue nei gelidi e spettacolari scenari dell'Islanda, paese a cui il regista è profondamente legato fin dai tempi di Interstellar e Batman Begins, dove un imponente set navale è stato allestito nei pressi del porto di Landeyjahöfn per evocare le tappe più remote e desolate del viaggio di ritorno. In Sicilia, l'isola di Lipari e il porto di Pignataro sono diventati la base operativa di una flotta di dieci velieri d'epoca, utilizzati per mettere in scena il celebre e ipnotico incontro con le Sirene, circondati dalle forme vulcaniche di Vulcano, dell'isolotto di Basiluzzo, della Pietra del Bagno e degli scogli di Pietra Lunga e Pietra Menalda, che il regista elegge a perfette incarnazioni delle omeriche rupi erranti prima di spostare alcune scene ancora più a sud, a Malta. Perfino la scelta delle location desertiche solleva questioni complesse: se ad Aït Benhaddou in Marocco viene ricostruita la caduta e l'incendio di Troia all'inizio della pellicola, è la Duna Bianca vicino a Dakhla, sulla costa del Sahara Occidentale, a dare forma all'isola di Ogigia dove Calipso trattiene l'eroe per sette anni. Una scelta di forte impatto visivo ma politicamente controversa, che ha attirato le critiche di associazioni e attivisti locali per via delle storiche dispute di sovranità sul territorio.
Ma la vera, colossale sfida di questa produzione non risiede solo nella sua geografia, bensì nella decisione rivoluzionaria di girare l'intero film, dall'inizio alla fine, in formato nativo 15/70 IMAX. Se fino ad oggi registi del calibro dello stesso Nolan avevano confinato questa tecnologia a singole sequenze d'azione, qui l'immagine massima diventa la norma e stabilisce il primato di primo film della storia girato interamente con questo mezzo. Parliamo di una pellicola da 70 mm che, grazie all'intuizione ingegneristica di scorrere in senso orizzontale anziché verticale, permette a ogni fotogramma di occupare ben quindici perforazioni, rendendolo dieci volte più grande di un classico 35 mm. Il risultato visivo si traduce in una risoluzione stimata tra i 12 e i 18K digitali, caratterizzata da una nitidezza impareggiabile, colori caldi e una grana quasi invisibile. La ridottissima profondità di campo offerta da questo formato colossale isola i personaggi in inquadrature ampie ma dai contorni sfocati, conferendo al film una qualità tridimensionale ed epica che si esprime al massimo quando proiettata dai mostruosi proiettori analogici da due tonnellate su schermi alti fino a trenta metri.
Questa ricerca della perfezione visiva si scontra tuttavia con limiti pratici che avrebbero scoraggiato chiunque altro. Una cinepresa IMAX pesa oltre cento chili, rendendo i movimenti dinamici un incubo logistico che richiede l'intervento di intere squadre di tecnici. La capacità della macchina è limitata a soli trecento metri di nastro, equivalenti a un massimo di due minuti e mezzo o tre di ripresa continua. Questa brevità impone una tensione insostenibile sul set, dove ogni errore degli attori rischia di bruciare una pellicola il cui costo si aggira sui 2000 dollari al minuto.
Il trascinamento vorticoso del nastro a ventiquattro fotogrammi al secondo, unito al sistema di aspirazione a vuoto che risucchia la pellicola per tenerla piatta contro l'obiettivo, genera un ronzio assordante che rende impossibile registrare l'audio in presa diretta, costringendo solitamente le produzioni a ridoppiare l'intero film in post-produzione.
Nolan, che detesta profondamente il ridoppiaggio, ha rifiutato questa soluzione artificiale, lavorando a stretto contatto con gli ingegneri IMAX per isolare acusticamente la cinepresa. Ne è nato un mastodontico involucro protettivo insonorizzato e rivestito di piombo, ribattezzato amichevolmente "la bara" da Matt Damon, che ha spinto il peso complessivo dell'attrezzatura a oltre 136 chili, costringendo la troupe a rinforzare i carrelli con speciali piastre d'acciaio. La larghezza della "bara" ha però introdotto un ulteriore ostacolo, impedendo di allineare l'obiettivo per catturare la corretta linea dello sguardo nei dialoghi ravvicinati tra due attori. Per superare questa barriera fisica, Nolan ha ideato un ingegnoso sistema di specchi: posizionati lateralmente rispetto all'ingombrante macchina da presa, gli attori recitavano guardando un riflesso che a sua volta deviava la loro immagine dritto nella lente, salvaguardando così la naturalezza, la vicinanza e l'intensità delle loro interpretazioni.
Questa devozione all'analogico trova il suo culmine nel processo di montaggio. In un'epoca dominata da software digitali e clic di mouse, la pellicola da 70 mm di questo colosso cinematografico è stata tagliata e unita alla vecchia maniera, unendo fisicamente le strisce di negativo con precisione chirurgica usando una colla speciale applicata sui bordi. È una scelta di artigianato puro che eleva il film, della durata di poco meno di tre ore, a opera d'arte totale e fisica. Sul piano interpretativo, il cast stellare risponde magnificamente a questa tensione: l'Ulisse di Matt Damon è un uomo logorato dalla salsedine e dalla fatica, affiancato da un tormentato Telemaco interpretato da Tom Holland e da una solenne Anne Hathaway nei panni di Penelope. La presenza di Robert Pattinson come viscido Antinoo, Zendaya nel ruolo della dea Atena, Samantha Morton come Circe, Charlize Theron come Calipso, Benny Safdie nel ruolo di Agamennone e Lupita Nyong'o nelle straordinarie vesti speculari di Elena e Clitennestra creano un affresco corale di immensa profondità. Gli specchi utilizzati per aggirare i limiti della macchina da presa finiscono per diventare una sofisticata metafora critica di raddoppiamento dell'illusione e della distanza insormontabile che separa i personaggi dal loro destino. Odissea è il trionfo del cinema materico e rumoroso, un'opera monumentale che merita di essere vissuta esclusivamente nella grandezza della sala cinematografica.
Odissea non è un film rassicurante, né tantomeno una visione leggera. È un'esperienza fisica, a tratti persino punitiva per lo spettatore, che restituisce l'odore dello zolfo, il sapore del sale e la pesantezza del piombo che ha letteralmente blindato le cineprese sul set. La scelta di girare l'intero film in 15/70 IMAX non è un semplice capriccio da feticista della pellicola, ma si rivela una precisa dichiarazione di guerra al cinema digitale contemporaneo.
Se la trama ricalca la struttura del poema omerico, l'anima del film risiede nella sua ossessione per il tempo. Nolan non è interessato a metter in scena una semplice sfilata di mostri mitologici. Il suo Ulisse è un uomo distrutto dal distanziamento temporale, un reduce affetto da stress post-traumatico che cerca disperatamente di ricucire i pezzi della propria vita.
Matt Damon offre una delle prove più fisiche e mature della sua carriera, interpretando un eroe stanco, sporco, privo di qualsiasi retorica hollywoodiana. Al suo fianco, la giovinezza inquieta del Telemaco di Tom Holland e la maestosa freddezza della Penelope di Anne Hathaway creano un contrasto emotivo perfetto. Nota di merito anche per Lupita Nyong'o, straordinaria nel dare due volti diversi ma ugualmente tragici alle figure di Elena e Clitennestra. Se proprio dobbiamo fare i guastafeste della situazione e possiamo considerare un interprete non a livello di questa pellicola è Zendaya che immensamente sopravvalutata riporta i suoi cliché recitativi in un colossal che potrebbe tranquillamente ottenere il medesimo risultato anche senza di lei.
Decisamente la pellicola dell’anno, finora.
