VENEZIA 83

Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia

THE ECHO CHAMBER

Titolo: The Echo Chamber
Regia: Andrea Pallaoro
Sceneggiatura: Bernardo Bertolucci, Ilaria Bernardini, Ludovica Rampoldi
Cast Principale: Luca Marinelli (Leo), Alicia Vikander (Anne), Susan Sarandon (Ava May)
Durata: 120 minuti
Anno di produzione: 2026
Lingua originale: Inglese, Italiano
Direttore della fotografia: Diego Garcia
Montaggio: Paola Freddi
Canzoni e musiche originali: Clément Ducol (musiche) ed Émilie Gassin (testi)
Produzione: Indigo Film con Rai Cinema, in coproduzione con la belga Versus Production
Distribuzione in Italia: 01 Distribution
Data di uscita nelle sale: Dal 10 settembre 2026
Presentazione: 83. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica - La Biennale di Venezia 2026 (Selezione Ufficiale)

The Echo Chamber
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L'attesa per The Echo Chamber all'83esima Mostra del Cinema di Venezia era palpabile e ampiamente giustificata. Portare sullo schermo l'ultima sceneggiatura lasciata da Bernardo Bertolucci — scritta insieme a Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi — rappresentava una sfida affascinante e delicatissima. Da un lato c'era da onorare la carnalità, l'urgenza e l'insopprimibile slancio vitale del Maestro; dall'altro, c'era la cifra stilistica ben precisa di Andrea Pallaoro, un regista che predilige i silenzi, le inquadrature statiche e l'essenzialità.

Purtroppo, questo atteso matrimonio artistico si risolve in un'opera a metà, dove un eccessivo e rigido formalismo finisce per soffocare gran parte dell'emozione originaria, lasciando lo spettatore con un innegabile senso di occasione mancata crescente con i minuti della pellicola.

Il film sceglie coraggiosamente di confinare le tensioni dei suoi protagonisti all'interno di un unico appartamento, adottando un formato 4:3 che stringe lo sguardo e riduce  deliberatamente lo spazio vitale. È un limbo domestico svuotato delle sue coordinate più rassicuranti per relegarle unicamente nella bellezza stilistica di una casa londinese che di casa ha ben poco: non ci sono letti, non c'è traccia di una vera cucina. In questa architettura di vuoti si consuma il  rapporto tra Leo (Luca Marinelli), un produttore musicale tormentato dalla dipendenza e da un dolore cronico insopportabile, e Anne (Alicia Vikander), un'enigmatica fisioterapista, a tratti infermiera nonché medico che sembra emergere da un'oscura "dark zone" personale.

Quando Anne gli offre delle pastiglie dagli effetti anestetici pericolosissimi, il loro legame si trasforma in una danza asfissiante di cura e controllo. Eppure, la tensione psicologica fatica enormemente a decollare. La regia, nel suo ostinato rifiuto di accelerare il ritmo e di assecondare l'intrattenimento, finisce per ingabbiare la narrazione in una lentezza contemplativa che si fa decisamente pesante per lo spettatore.

A stemperare in parte la freddezza dell'operazione interviene una nota di colore decisamente più terrena: il prezzo del biglietto, per una fetta non indifferente di pubblico, è ampiamente ripagato dalle innumerevoli e prolungate inquadrature del sedere nudo di Luca Marinelli. Un'insistenza visiva che sfiora quasi la sfacciataggine e che finisce paradossalmente per essere uno degli elementi più dinamici di una messa in scena altrimenti immobile.

Il vero, inestimabile gioiello del film ha però il volto e la voce di Susan Sarandon. Nei panni di Ava May, leggenda della musica trascinata in casa da Leo per incidere un nuovo disco, la Sarandon regala una performance concreta. È lei a portare davvero la vita e la musica tra quelle mura, lavorando ai brani originali composti dal premio Oscar Clément Ducol e da Émilie Gassin. È doveroso lodare il suo mettersi in gioco in prima persona: pur non avendo alcuna competenza specifica o background da cantante professionista, presterà la sua vera voce alle canzoni del film. La sua esibizione vulnerabile, arrochita e coraggiosa si trasforma nell'unico vero calore umano dell'opera, restituendo perfettamente quell'idea di "presenza fantasma" viva e consolatoria che Bertolucci aveva immaginato per questa storia.

Il difetto strutturale di The Echo Chamber si fa sentire completamente nella gestione ingiustificabile dei tempi cinematografici. I 120 minuti di durata previsti dalla pellicola si avvertono tutti e anche oltre. Il film avrebbe giovato immensamente di un montaggio molto più serrato, e sarebbe dovuto terminare almeno una buona mezz'ora in anticipo. Piuttosto che trascinarsi mollemente verso l'epilogo. Peccato Pallaoro, non siamo convinti che Bertolocci avesse questo in mente. Ottimo cast ovviamente, ma un po’ troppo poco per essere in concorso a Venezia 83.

L’eco vuoto di Venezia 83: perché "The Echo Chamber" è la grande delusione inaspettata.

Ed infine...

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